The Golden Age of Podcasts

the golden age of podcasts

La Golden Age dei Podcasts è adesso? Dovremmo godercela finché dura come successe con i blog?

Se fra gli anni ’30 e ’40 spopolavano “The Shadow” di Jack Benny e War of the Worlds” di Orson Welles alla radio

Mentre alla fine degli anni ’90 e la prima decade del nuovo millennio regnavano i blog

E dal 2009 in poi si è palesata l’ondata di YouTube.

Allora oggi, forse, viviamo nell’età d’oro dei podcast.

In questo articolo voglio raccontarvi dell’origine del podcasting, passando per tutte le sue sfumature più o meno vintage e curiose. Spero possa essere una riflessione utile a tutti voi appassionati ascoltatori ed addetti ai lavori!

Iniziamo subito, e iniziamo dalle basi!

Che cos’è un Podcast?

Si non sto scherzando. Voi come lo intendete?

Perché è davvero difficile dargli una vera e propria definizione, dal momento in cui, vi sono moltissime varianti!

Ma ci arriviamo, partiamo intanto da quello che sappiamo!

Il podcast è un formato di comunicazione che si basa sulla diffusione di contenuti esclusivamente audio. A garantirne la continuità di ascolto vi sono:

La semplicità di fruizione di contenuti gratuiti e distribuiti su più piattaforme d’ascolto e relative app allo stesso tempo.
La ridotta probabilità di ad-skipping e pubblicità.
Il semplice fatto che possono essere ascoltati mentre si svolge un’altra attività, senza ad esempio doversi soffermare a guardare lo schermo, come accade con i video.

Esattamente come per i video, anche i podcasts possono trattare qualsiasi argomento. Vi sono format culturali, inchieste giornalistiche, interviste, serie narrative, contenuti di formazione, diari, crime, commedie … Qualsiasi argomento può essere raccontato e diffuso mediante il solo potere della voce, verso un pubblico estremamente trasversale in termini di età e di interessi.

Ed è proprio questo il punto! Vista la molteplicità di contenuti offerti, il podcast non è mai lo stesso format. Ha mille facce. Non puoi definirlo in termini di durata della traccia ad esempio (non è come le stories su instagram che durano 15 secondi per tutti), non lo trovi in un singolo posto (puoi potenzialmente trovarlo ovunque). Insomma, non c’è una regola esatta. E questa molteplicità di caratteristiche, possibilità e situazioni, gli permette di essere spesso confuso o travisato con altri formati di comunicazione. Come ad esempio radio, audiolibri e … video.

Elenco qui alcune varianti del fenomeno:

Radio Podcast

L’abitudine, ormai consolidata da parte delle radio, di trasformare in puntate-podcast le trasmissioni quotidiane. Un palinsesto che non è quindi più fruibile solo ed esclusivamente in diretta, ma lo diventa anche dopo. Ma allora, è un podcast o è pur sempre radio? In realtà più no che si. In quanto di fatto si tratta di un contenuto riciclato e non creato appositamente per essere un podcast. Tuttavia è un evergreen, sempre apprezzatissimo dagli ascoltatori.

Top Episodes – iTunes Italia
Live Podcast

Si tratta di episodi registrati in diretta, il concetto non è molto diverso da quello delle puntate radio poi tramutate in podcast ascoltabili successivamente. Cambia solo il “luogo” nel quale avviene la live, non quindi all’interno di un’emittente ma direttamente dalla piattaforma podcast!

Podcast Novels

I primi audiolibri sono stati resi disponibili su cassetta, poi su disco e una volta approdati nell’era di internet, anche su podcast! Nicchia all’epoca praticamente sconosciuta in Italia.

Qui da noi il fenomeno audiobooks si è diffuso soprattutto su YouTube, che non è una piattaforma audio ma video nata nel 2005. Eppure nonostante non si presti esattamente a questo tipo di contenuti, molti canali dedicati hanno avuto (e ancora hanno) moltissimo successo. Forse è la conseguenza temporale, figlia di quegli anni in cui i podcast erano conosciuti solo da pochissime persone e YouTube invece era un luogo ancora non saturo ma già piuttosto popolare, all’interno del quale caricare contenuti di ogni tipo o semplicemente effettuare una ricerca. Tutt’ora è la piattaforma per eccellenza in cui gli utenti tendono ad andare a reperire informazioni o contenuti.

Oggi, anche con l’imposizione di Audible e di piattaforme prettamente dedicate alla narrativa, molti audiolibri si sono affermati come podcast novels, proprio perché i narratori e i creators di questo genere di contenuti (principalmente quelli indipendenti) non solo cercano di adattarsi al trend, ma anche di garantire una maggiore facilità di fruizione. Ascoltare un contenuto audio da un player audio è sicuramente più semplice che farlo da un player video, almeno quando si è in mobilità.

Tuttavia è anche vero che la maggior parte delle persone che ascoltano audiolibri sembrano farlo proprio dal computer, mentre lavorano! Questo spiega il successo di questo genere proprio su YouTube.

In merito al discorso audiobooks vs podcasts, ne ho parlato proprio la settimana scorsa assieme ad Edoardo Camponeschi, narratore professionista e fondatore di Mènèstrandise Audiolibri, nata proprio su YouTube e ad oggi presente con i suoi titoli anche sulle piattaforme podcast.

Enhanced Podcasts

Si tratta di un podcast “avanzato” che include collegamenti ad immagini sincronizzate con l’audio, trasformandolo in una presentazione narrata. Un po’ podcast, un po’ audiolibro e un pò vecchia scuola in stile slide-show. E’ tuttavia cosa molto comune ancora oggi affiancare delle immagini ad una narrazione, soprattutto se questa è molto lunga! E lo si vede fare spesso con gli audiolibri su YouTube.

Video Podcast o Vodcast

E’ l’ultima delle sfumature, la più social, e naturalmente la più in voga ultimamente. Sempre più YouTubers affermati si spostano ai podcasts, non abbandonano i loro canali YT naturalmente, ma salvano la traccia audio dei loro video per poi caricarla sulle piattaforme audio. Non creano (come fanno anche le radio), un contenuto dedicato. Bensì, sempre più spesso, lo riciclano per renderlo fruibile altrove.

E visto che il podcast (sia il trend stesso che l’utilizzo della parola), è sempre più in crescita, molti video makers ne approfittano facendo una cosa un po’ discutibile: utilizzano infatti il termine nei titoli dei loro video o canali e palesano improvvisamente il mezzo (il microfono), sino ad allora invisibile alle loro telecamere.

Video podcast

N.B. come questi video restino quasi sempre soltanto dei video, e non vengano nemmeno pubblicati sulle piattaforme podcast.

Quindi perché chiamarli video podcasts? Solo perché si usano microfono e cuffie davanti ad una telecamera?

Forse si, forse no!

Ci viene in soccorso Wikipedia che sotto alla parola podcast, fra le varianti, indica proprio questa:

Un video podcast o vodcast è un podcast che contiene contenuti video. Alcune serie televisive web sono spesso distribuite e definite tali. Dead End Days, una commedia dark sugli zombie rilasciata dal 2003 al 2004, è comunemente ritenuta il primo video podcast.

“A serialized live action video series developed for broadcast exclusively on the Internet”

E capiamo che la questione è totalmente diversa, poiché un video podcast, nella sua accezione originale, è quasi più vicino al concetto di web serie a puntate piuttosto che ad un vlog o ad un’intervista con il microfono in bella vista!

A proprosito di vlog però non si può negare che il coinvolgimento “in persona”, nato soprattutto con instagram e le sue stories, ma anche con YouTube, sta avendo un impatto social davvero notevole. Un esempio è l’influencer marketing, divenuto una vera e propria professione. Questo “peso” che corrisponde alla necessità di connettere, condividere, comunicare, pubblicare … si fa sentire sempre più anche nel mondo audio. Come se non fosse più sufficiente parlare davanti ad un microfono per farsi ascoltare ed arrivare alle persone. I video podcast a mio avviso infatti non sono solo un ibrido, ma giocano un duplice ruolo, che vede sempre più al centro il rapporto fra host e pubblico.

L’intenzione di Spotify di rendere presto disponibili le stories anche sulla propria piattaforma audio, spiega molto bene le dinamiche di oggi e quello che potenzialmente potrebbe diventare fare podcasting.

Gli utenti quindi apprezzano l’esperienza sonora tanto quanto quella visiva e narrativa, dunque investire in una comunicazione dinamica, fresca, simpatica e ben curata anche dal punto di vista sonoro è sempre più importante!

Ma facciamo un salto nel passato

Che cos’è un podcast a parte un’innovativa forma di informazione e intrattenimento? Quando siamo legittimati a chiamarlo tale?

Tornare indietro nel tempo potrebbe aiutarci a fare chiarezza e credo sia utile partire proprio dal nome stesso.

Podcast ovvero l’unione di due termini significativi: iPod e Broadcast.

Il primo è il nome dato da Apple ai suoi lettori mp3 portatili. Il secondo, invece, è un termine più tecnico che appartiene al mondo della radio/tv diffusione.

Il termine podcasting nacque quando l’uso dei feed RSS divenne popolare per lo scambio di registrazioni audio su diversi dispositivi. La sua origine più accreditata è però un articolo di Ben Hammersley del 2004, apparso sul quotidiano britannico The Guardian. Si chiamava Audible Revolution e raccontava della diffusione del fenomeno dei file audio in formato mp3 disponibili su supporti facilmente trasportabili come l’iPod e la possibilità di costruire un palinsesto completamente digitale senza passare per l’etere. In questa occasione l’articolista cercò di trovare un termine-ombrello che definisse il tutto.

Articolo originale del 2004 – Audible Revolution

Alla fine il prescelto fu proprio … podcasting!

Il nome fu primariamente associato al solo scambio di file audio, ma l’uso delle tecniche RSS al fine di condividere file video, piuttosto diffuso già dal 2001, fece estendere il suo significato anche allo scambio dei file video, pur non avendo alcuna relazione etimologica con essi.

Da qui i cugini Video Podcasts o Vodcasts!

Nel dicembre 2005 il dizionario statunitense New Oxford ha dichiarato Podcasting «parola dell’anno», definendo il termine come

«Registrazione digitale di una trasmissione radiofonica o simili, resa disponibile su internet con lo scopo di permettere il download su riproduttori audio personali».

Ma quindi Apple?

Il termine è in realtà improprio, visto che né per il podcasting né per il successivo ascolto dei file sono strettamente necessari l’utilizzo di iPod o una trasmissione tradizionale (broadcasting). L’associazione con iPod nacque semplicemente perché in quel periodo il lettore audio portatile ideato e prodotto da Apple era estremamente diffuso.

È stato spesso criticato poiché darebbe meriti ingiustificati alla Apple nello sviluppo della tecnologia del podcasting. Il che è vero solo in parte!

Apple creò iPod prima dell’invenzione del termine podcasting, nel 2001. Il nome deriva si dal termine pod inteso come “contenitore” (il dispositivo poteva funzionare anche come hardisk) ma tuttavia è frutto di grande immaginazione e cultura cinematografica.

Solo nel 2005, un anno dopo la coniazione del termine, Apple utilizzò per la prima volta la parola Podcast per definire una categoria di contenuti su iTunes e nel 2012 (in occasione dell’uscita di iPhone 5, della 3^ generazione di iPad e della 5^ generazione di iPod Touch) lanciò la prima release dell’omonima app Apple Podcast, preinstallata sui suddetti dispositivi.

In realtà il termine iPod, come accennato sopra, ha una storia davvero curiosa. Al momento dell’introduzione dell’iPod, Apple stava pensando ai suoi prodotti di qualità consumer come parte di un “hub digitale“. Il copywriter freelance Vinnie Chieco era stato assunto per lavorare proprio sul nome del dispositivo e stava provando associazioni con la parola “hub“.

Quindi lo chiamiamo iHub?

Naaa suona proprio male!

Così Chieco paragonò le astronavi a degli hub, il che lo portò a pensare alle piccole navette spaziali nel film 2001: Odissea nello spazio, che somigliavano vagamente al primo iPod.

Eva Pod ed il primo iPod

Questa associazione lo portò a ricordare una delle citazioni più famose del film:

“Open the pod bay doors, Hal.”

Con la parola ‘pod’ dalla citazione e il marchio ‘i’ di Apple, è nato il nome “iPod”.

Nome quindi che non ha un vero e proprio senso, non è un acronimo e non significa “Internet Portable Open Database” come molti ritenevano.

Basti pensare che la prima versione di iPod non si connetteva affatto ad internet, ma la famosa “i” tuttavia ci trae comunque un po’ in inganno.

La “i” sta a significare proprio internet. Ma è legata alla fortunata invenzione dell’iMac. Non all’iPod.

Al momento del debutto dell’iPod nel 2001 infatti, la società aveva già rilasciato iMac, iTunes, iMovie e iBook e la “i” era incorporata nel marchio Apple.

Iniziare i nomi dei prodotti con il prefisso “i” è stato comune per Apple dalla fine degli anni ’90. Il primo dispositivo con la ‘i’ rilasciato da Apple è stato l’iMac originale nel 1998. Dopo il successo dell’iMac, il prefisso ‘i’ iniziò ad apparire su altri prodotti Apple orientati al consumatore. Alcuni sostengono sia la prima iniziale del cognome dell’ex Chief Design Officer di Apple, Jonathan Ive. La verità, tuttavia, è che la “i” stava per “Internet”, secondo Ken Segall, che guidava proprio la squadra che aveva inventato il nome.

Quando è stato introdotto il primo iMac, Internet era ancora una cosa relativamente nuova e non molto utilizzata, oltretutto, al contrario di oggi, non era semplice accedervi. Di conseguenza, molti prodotti hanno cercato di sottolineare che non solo potevano accedere a Internet, ma lo avrebbero anche reso semplice. Tutto ciò è stato racchiuso nel nome e nel marketing dell’iMac originale.

Per via di questa strana storia e per tanti altri motivi, si è tentato più volte di dissociare il termine Podcasting da Apple, utilizzandolo comunque come acronimo, stavolta quello di “Personal Option Digital Casting” (il primo ad averlo fatto sarebbe Doc Searls nell’articolo “DIY Radio with PODcasting“), ma gli sforzi sono stati vani in quanto indubbiamente, vuoi per una casualità, vuoi per gioco di parole o per pura lungimiranza, ormai è internazionalmente accettato che il termine derivi da Apple.

Tecnicamente parlando …

Il motivo per cui i due termini sono stati sintetizzati in uno solo ci porta a comprendere questa nuova parola. Un podcast è una trasmissione radio o video (da intendere come un programma o, comunque, un contenuto) registrata digitalmente, resa disponibile su Internet (e fin qui nulla di nuovo), ma utilizzando un codice che la rende scaricabile e riproducibile in un secondo momento, anche su un lettore portatile.

Iscriversi ad un podcast permette all’utente di ottenere file riproducibili anche offline e di disporre di una grande quantità di fonti da cui attingere. Al contrario il broadcast offre una sola trasmissione alla volta e obbliga ad essere sintonizzati ad una determinata ora.

L’ascolto di audio in streaming su internet può eliminare l’obbligo di sintonizzazione in un determinato momento dato dalle trasmissioni tradizionali (come accade nel caso del video/audio on demand), tuttavia offre comunque una sola risorsa alla volta e obbliga l’utente a essere connesso a Internet durante la riproduzione del file.

La capacità di ricevere automaticamente pubblicazioni da fonti multiple è proprio uno dei punti di forza che distinguono il podcasting dalle trasmissioni sia tradizionali sia in streaming. Nonostante infatti queste ultime possano essere più o meno facilmente registrate dal ricevente, la loro natura transitoria le distingue nettamente dai programmi podcast, che invece arrivano già in formato compresso (è la stessa differenza che c’è tra ascoltare un brano alla radio e scaricarlo in mp3).

In sintesi quindi abbiamo:

  • Il broadcasting indica una trasmissione radio/tv tradizionale, ascoltabile ad una determinata ora decisa dall’emittente. Quindi sincrona e on-line.
  • Lo streaming indica una risorsa audio/video fruibile in qualsiasi momento tramite un collegamento internet al sito dell’emittente e un dispositivo per la riproduzione del flusso audio/video digitale. Si possono avere le due modalità di streaming in memoria (video/audio on demand), che è asincrona e on-line, e di streaming dal vivosimile alla trasmissione radio/tv tradizionale, che è sincrona e on-line.
  • Il podcasting indica una risorsa audio/video fruibile in qualsiasi momento, scaricata automaticamente in un formato (come mp3) dal sito dell’emittente e salvata nella memoria di un dispositivo per la riproduzione. È quindi: asincrona, off-line e nomadica.

Conclusioni

La storia del podcasting affonda le sue radici negli anni ’80 ed è davvero piena di curiosità e stranezze.

Fa poi impressione pensare a come si sia evoluto (soprattutto negli States) e a come invece, in Italia, il fenomeno stia esplodendo solo adesso, nel 2020!

Dopo più di vent’anni dall’avvento di internet a banda larga, dalla pubblicazione del primo feed RSS contenente un file audio e dall’invenzione dei lettori mp3, come appunto l’iPod.

Se dovessi dare una definizione, direi che:

Un podcast autentico non deriva da un video o da una trasmissione radio, non è un audiolibro, non è un contenuto riciclato. Ma è qualcosa di più! Qualcosa di confezionato a mestiere, fatto di voce, emozioni, storytelling e sound design.

Il podcast può essere il racconto di una storia (in tutte le sue forme), fatta di immaginazione e contenuti coinvolgenti pensati per essere ascoltati e consumati in un tempo piuttosto ridotto, puntata dopo puntata.

Forse direi anche che il podcasting, precedentemente noto, non a caso, come audioblogging, è in effetti un po’ come il vecchio blogging. E che queste somiglianze gli consentono tuttavia di indossare una veste camaleontica.

Attraverso il podcast e la nostra voce possiamo essere chi vogliamo. Possiamo esprimerci, parlare ad un pubblico a modo nostro. E chi vuole ascoltarci, lo farà.

A prescindere dal modo in cui lo faremo. Perché, come già detto, non c’è una regola.

Seth Godin, noto scrittore ed imprenditore americano, in un suo articolo chiamato proprio “Podcasting is the new blogging”, scrive:

Il podcasting è una tecnologia collaudata che è ancora agli inizi. È un microfono aperto, un’opportunità per le persone che hanno qualcosa da dire per trovare altre persone che vorrebbero sentirle dire.

E’ l’atto generoso di presentarsi, guadagnare fiducia e autorità perché ti preoccupi abbastanza di alzare la mano e parlare.

Non è certo la strada per fare i “big money” (non ci si è riusciti nemmeno con i blog). Ma è sempre un modo per condividere le proprie idee, guidare una community e guadagnare fiducia. Ciò spiega come persone provenienti da tutto il mondo, dai 18 ai 60 anni, abbiano imparato a creare un podcast di cui essere orgogliosi. E non lo hanno solo imparato. L’hanno fatto.

Devo dire che le parole di Godin sono l’esatta fotografia di ciò che rappresenta per me fare podcasting ed il motivo per cui non solo ho iniziato, ma continuo ancora a farlo!

Tuttavia, la domanda sorge spontanea …

If Podcasts Are the New Blogs,

do we have to enjoy the Golden Age while it lasts?

A noi l’ardua sentenza

Grazie per aver letto fino a qui! Ti invito come sempre a seguire il blog per rimanere aggiornato sulle novità e a commentare sotto questo articolo se ti andasse di approfondire l’argomento.

Chiara

Pubblicato da Maria Chiara Virgili

Mi chiamo Maria Chiara Virgili e sono un'autrice comica. Creo podcast e video d'intrattenimento per il web. Condivido digital tips & tricks sul mio blog.