Toyo Ito e la White U House a Tokyo

Storia di una casa e della sua demolizione come metafora della renovatio vitae.

C’era una volta una casa ubicata nel quartiere Nakano-ku di Tokyo, a pochi km da Shinjuku. Venne progettata nel 1976 dall’architetto giapponese Toyo Ito per la sorella maggiore, da poco rimasta vedova, e per le sue figlie.
Inizialmente concepita ad L, per favorire un collegamento visivo tra tutti gli ambienti, la pianta venne curiosamente sviluppata a ferro di cavallo. Una soluzione introversa e introspettiva che trovava nel vuoto della corte centrale l’unico punto di contatto con la natura, con la luce e con il mondo esterno.

Toyo Ito, pianta della White U House a Tokyo

Come intuibile dal nome, le pareti, il soffitto e il pavimento erano bianchi … il corridoio diventava dunque uno schermo continuo sul quale venivano proiettate, al passaggio, le silhouette fluttuanti delle donne che abitavano la casa. Esternamente la struttura in cemento armato era stata lasciata a vista.

Concepita come rifugio spirituale, rarefatto e mistico, questo spazio si rivelò inospitale, brutale, quasi insopportabile. Tuttavia la famiglia lo abitò per 21 anni e lasciò la casa al termine del proprio percorso di riabilitazione … ovvero quando fu nuovamente pronta a ristabilire legami con il mondo esterno.
A mettere fine al lungo periodo di lutto fu la demolizione della casa, avvenuta simbolicamente e concretamente nel 1997 come testimonianza della rinascita e come metafora della renovatio vitae.

Un epilogo del tutto inaspettato e voluto dallo stesso Ito.